Celeberrima scena del mitico Marco Giallini nei panni di Rocco Schiavone, recante la domanda che a tutti prima o poi viene o verrebbe in mente di pormi

Carissimi,

come ben sappiamo la risposta alla domanda qui sopra è stocazzo, ma così il post finisce subito e che divertimento ci sarebbe, dico bene?

Come in quella famosa striscia di Leo Ortolani – che ora non riesco più a trovare, maledizione, vabbé, vaa racconto – che si riferisce al primo film di Star Wars del 1977, poi ribattezzato numero IV col titolo “Una nuova speranza” dopo l’uscita della trilogia prequel, e per la precisione si riferisce al momento in cui C-3PO e R2D2 fuggono dallo star destroyer su cui si trova prigioniera la principessa Leia che, poco prima, ha affidato allo scatolotto a rotelle1 un messaggio per Obi-Wan Kenobi con i piani per distruggere la Morte Nera; e fuggono, i due droidi, a bordo di una capsula di salvataggio del destroyer.
Un marinaio (si dirà marinaio a bordo di una nave stellare? O forse uno spaziale? No quello era Rigel che chiamava così i veghiani, al loro arrivo nella prima puntata di Goldrake col doppiaggio poco sorvegliato del 1978, quello in cui al padre di Venusia dava voce Armando Bandini, mitico), famo ntizio vestito di nero, via, seduto a una console con in testa un casco nero co no spoiler posteriore davvero assurdo; sto tizio, dicevamo, riceve un alert dagli strumenti di bordo e si accorge che una capsula di salvataggio è stata espulsa. Controlla qualche log di processo – suppongo, non sono pratico di sistemi operativi degli star destroyer, l’Impero non è cliente dell’azienda per cui lavoro; non ancora – e dice al proprio superiore, che è in piedi alle sue spalle, una cosa tipo: “tutt’a posto signò, gli scanner non rilevano forme di vita organica a bordo della capsula, sarà stato un malfunzionamento”.
E l’altro, il superiore, vestito di nero pure lui solo con in testa un più normale cappello militare, sempre nero, je risponne tipo: “ah vabbè, ok”.

Questo, nella versione del film che tutti conosciamo.
Nella versione immaginata da quel geniaccio di Ortolani, invece, al superiore si collegano due neuroni e fa al subordinato: “ma che cazzo stai a dì! Siamo in un universo in cui esistono droidi di ogni tipo e dimensione in quantità che farebbero impallidire l’ammontare de formiche dell’universo medesimo, che cazzo vor dì che nce stanno forme di vita organica a bordo di sta capsula??? Ma svejate e apri er foco cribbio, prima che Darth Vader ce senta e ce faccia er giochino suo co sto cazzo de lato oscuro che ce strangola tutt’e due co na mano sola, aò! Spara a cornuto, spara2!”.
Al che l’altro prontamente obbedisce, punta, spara e la capsula finisce in mille pezzi. Fine.
Dieci minuti di film, niente buchi di trama, niente prequel né sequel né sti cazzo di midi-cosi che nessuno ha ancora mai ben capito cosa siano né perché a George Lucas sia venuto nmente sta roba strana (io lo so il perché, per ispirare a me un’idea analoga ma non troppo, se vivrò abbastanza a lungo da scrivere le storie di Julian Vlad che ho in animo di sviluppare lo scoprirete, uah-ahah-ahah, ehm).
Un semplice corto ben fatto con quattro effetti speciali in croce, tanti soldi e merchandising risparmiato.
Un po’ triste, d’accordo, non avremmo mai saputo chi fosse sto Obi-Wan Kenobi né avremmo conosciuto Luke o Han Solo e nemmeno er poro Chewbie; che in effetti, per quel satanasso di Harrison Ford me sarebbe dispiaciuto un po’, ma poi avrebbe fatto Indiana Jones di lì a poco e, dunque, si sarebbe recuperato agli onori del mondo sto gran bel pezzo d’attore.

Mark Hamill invece non avremmo forse mai saputo chi sia. E vabbè. Ce ne stanno tanti. Severo ma giusto, in fondo.
Niente “I am your father“, peccato. Niente “I have the high ground“, che sollievo.
Niente discussioni infinite e goffi rifacimenti e controrifacimenti di una stessa scena in una sorta di eterna post produzione per stabilire chi abbia sparato per primo fra Han e Greedo (è stato Han, cazzo, non solo Han ha sparato per primo ma è stato l’unico a sparare, è l’unica cosa buona e giusta e possibile e coerente con il personaggio e con il modo in cui la scena è stata girata; la versione originale è canone e così è e deve restare, e se non piace al regista3 sti cazzi, si faccia una vita).
Niente scatole di Lego da dodicimilaottecento pezzi l’una con Millenium Falcon e Imperial star destroyer in comoda scala “se li monto poi ndocazzo me metto io, che in casa nce casca manco più no spillo”, in paziente attesa nello sgabuzzo di fianco al disimpegno.

Però, se davvero così fosse stato, il divertimento, il pathos, l’avventura cosmica, che ci saremmo persi; il mondo sarebbe stato meno vivace e bello.
Non ci sarebbe mai stata nemmeno la scena in cui Leia dice a Han “I love you” e lui le risponde “I know”, privandomi dell’ispirazione per i tanti siparietti divertenti fra me e Lei. Non avrei quella magnifica faccia da schiaffi di Harrison Ford nel suo prime in scala 1/6 che mi guarda beffardo dalla vetrinetta del mio studio con indosso un’uniforme da stormtrooper, posato con il casco sotto braccio e la pistola tenuta verso l’alto con l’altra mano, la canna appoggiata sopra la spalla in una posa alla Jean Paul Belmondo che regga una giacca nella medesima posizione.

Viva i buchi di trama, dunque! Viva le storie di due droidi che fuggono da un incrociatore stellare a bordo di una scialuppa di salvataggio che nessuno si premura di intercettare, perché tanto a bordo non c’è nessuno, pensano e dicono. E lo pensano e lo dicono mentre decine di altri droidi vanno avanti e indietro sul ponte di comando dell’incrociatore svolgendo le proprie preposte e droìdiche funzioni, insomma, guardatevi intorno, aò.
Ma meglio così in fondo, dai. Abbasso l’Impero, viva la Repubblica. No more Jedi, va bene, ma che la Forza sia con tutti noi.
Io amo Star Wars. Non potrei immaginare una parte della mia vita senza la saga completa, anche se i primi tre film (più il sesto) mi sarebbero pure bastati.
Più le serie animate, quelle sono bellissime. E poi, pensandoci bene, non ci sarebbe stato The Mandalorian: giammai!
Sempre viva i buchi di trama, sì sì. Mo vaa buco sta trama4!

Diecimila parole solo per un commento introduttivo alle prime due righe. The Evil Man starà già rivolgendo al suo machete, lì appeso in modo discreto sulla parete, vicino al caminetto, uno sguardo carico di affettuose promesse.

(segue)


1 Il riferimento è, ovviamente, a R2-D2; domandando scusa a lui e ai fan per la poco simpatica definizione.

2 Omaggio a Mario Brega e una sua celebre scena.

3 Cioé il creatore George Lucas medesimo il quale, davvero, dovrebbe ormai avere imparato che certi personaggi, una volta messi nero su bianco o fatti interpretare su uno schermo, vivono di vita propria. Stacce, George!

4 Omaggio a “mo voo buco sto pallone“.