
(Riassunto delle puntate precedenti: l’autore si pone una domanda e, come suo solito, divaga come se non ci fosse un domani).
Supponiamo che a porre tale domanda non sia il Giallo, come lo chiama Mastandrea (cheggiocatori1!), ma uno psicoterapeuta, che si esprimerebbe forse in modi più garbati. Ma non è detto.
Supponiamo che lo psicoterapeuta sia interpretato da Jack Nicholson (grandissimo) e che nel porre la domanda si rivolga a un gruppo di suoi pazienti fra i quali Adam Sandler (che me sta piuttosto surcà, ma è un problema mio nfonno, andiamo avanti).
Se questa premessa vi ricorda qualcosa è perché una scena simile avviene, in effetti, in Terapia d’urto, film del 2003 che, a parte il grandissimo Jack e il per me fastidioso Sandler, annovera il sempre piacevolissimo Woody Harrelson (peraltro amico per la pelle di quell’uomo e attore spettacolare sotto ogni profilo che è Matthew McConaughey; cosa c’entra qui ora? Mattie c’entra sempre, statece), l’ineffabile John Turturro, l’intrigante January Jones di Mad Men e, soprattutto, quella meraviglia d’attrice e di donna che è Marisa Tomei.
Nella scena incriminata, il grandissimo Jack con la sua faccia da stronzo più spettacolare e irritante rivolge al pavido Sandler la semplice domanda: “dimmi, tu chi sei?”
(Il resto lo invento un po’ perché non me lo ricordo benissimo né me lo vado a cercà ora, è il concetto che conta e che voglio qui esprimere).
Il pavido Sandler risponde una cosa tipo “io sono Bob” e Jack gli ribatte “non ti ho domandato come ti chiami, ti ho domandato chi sei”.
Sandler ci riprova e stavolta dice “sono un giardiniere”.
Jack sorride, bastardo come pochi, guarda gli altri pazienti seduti in circolo; loro ricambiano lo sguardo iniziando a sorridere a propria volta sotto i baffi e, dopo qualche istante di teatrino muto e sorridente, Jack si rivolge di nuovo a Sandler e lo rintuzza: “non ti ho domandato cosa fai; ti ho domandato chi sei; è una domanda semplice”.
L’altro, sempre più impacciato, comincia a innervosirsi, si sente messo in ridicolo di fronte a tutti i presenti, prova a buttarla sulla tassonomia. “Sono un uomo di 42 anni”.
Jack ripete il teatrino sorridendo diabolicamente come solo lui sa fare, ruotando le spalle e lo sguardo a rinsaldare la complicità con gli altri pazienti ormai apertamente complici del suo sadico divertimento; allarga la mani come a dire “ma ci fa o ci è” e di nuovo si rivolge a Sandler, come di fronte a un bambino un po’ tonto: “non ti ho domandato quale sia la tua specie o il tuo nome; dimmi chi sei”.
Insomma, avete capito.
Quella scena mi è rimasta impressa sia perché è una scena potente, sia perché una domanda del genere è stata posta anche a me, da un collega di Jack Nicholson nel mondo reale. Non un attore, dico, proprio uno psicoterapeuta. Decisamente più comprensivo e meno bastardo, almeno all’apparenza.
Nell’occasione, fornii una serie di risposte che secondo me erano tutte più o meno buone. Perché lo scopo della domanda non è di dare una risposta giusta, ma di indurti a scavare dentro di te per tirar fuori qualcosa di intimo e profondo, qualcosa che caratterizzi il tuo senso del sé medesimo, appunto. Avete presente Inside Out 2? Benissimo.
E, dunque, fra le risposte che avevo dato, ne scelsi una che secondo me valeva per tutte: io sono Dario (all’epoca non usavo ancora il mio secondo nome).
Che non è così scontata come risposta; perché il senso di essa, come spiegai al bravo psycho, non era di rispondere come mi chiamavo, ma come mi identifico.
Dario è nome che deriva dall’antico persiano e, a seconda delle interpretazioni, può essere tradotto con “che ha in sé il bene” oppure “che possiede il bene”.
In entrambi i casi, perfetto. Mi ci riconosco a meraviglia.
Nome peraltro abbastanza comune in Persia fin dall’antichità, anche se la storia ci tramanda soprattutto le figure di Dario I, lontanto cugino del suo predecessore Ciro il Grande, il quale Dario fece grandi cose per il suo regno, cose che di preciso ora ci interessano poco; e di Dario III, di cui ignoro il grado di parentela col Dario precedente, così come sticazzi2 del perché non si parli mai di Dario II e di che fine abbia fatto.
Pure The Third fece grandi cose per il suo regno, solo che, correva l’anno 2004, venire interpretato sul grande schermo da Raz Degan, nel colossal di Oliver Stone sulla vita di Alessandro Magno, ne ha compromesso la figura nell’immaginario collettivo contemporaneo in modo, temo, irrimediabile. Succede, Da’, che te devo dì. Me dispiace tanto ma nce possiamo fa più gnente. Stacce. Alea iacta est, come diceva Gaio Giulio (sempre ave), cui per fortuna mai nessuno ha pensato di accostare anche solo la punta dello stivale di Raz Degan.
La mia risposta definitiva alla domanda di apertura è, dunque, la stessa che diedi allora al mio psycho e che ribadisco qui ora: chi cazzo avrei da essere io?
Io so Dario. Fine delle discussioni. E, dal momento che ora uso anche il mio secondo nome, io so Dario Angelo.
E su questo aspetto, mi pare, abbiamo messo un punto. E lo ribadiamo.
Allo psicoterapeuta però potrebbe venire in mente una seconda domanda, non meno insidiosa della prima. Una domanda che, in versione roccoschiavonesca, suonerebbe più o meno così: “Ma te, de preciso, perché cazzo scrivi? Non poi telefonà come fanno tutti?”.
Al che, colto dall’atroce sospetto che la storia non sia ancora finita e gli tocchi leggere altri muri di testo, the Evil Man si alza dalla poltrona, si siede al tavolo dello studio, apre il PC e inizia a cercare un biglietto per il primo volo disponibile per Torino Airport TRN. Apre anche uozzàp e contatta il nostro agente a Fiumicino FCO per chiedergli suggerimenti su soluzioni, scali e quant’altro, spiegandogli la situazione e ciò che intende fare. Fabio #34 in due balletti gli organizza il trasvolo più veloce possibile e così, in capo a pochi minuti, the Evil Man si risiede in poltrona e continua a leggere il chilometrico post, pregustando fra sé il dolce momento catartico che lo attende di lì a poche ore.
(segue)
1 Due artisti che, oltre ad essere amici e colleghi, concorrono a ribadire l’assunto – pressoché inconfutabile – per il quale li mejo so daa Roma.
2 Cogliamo l’occasione per un salutare ripasso di modi di dire romani, a scanso di spiacevoli equivoci che possano ingenerarsi con la gente del posto, causa l’utilizzo superficiale di espressioni dialettali di cui non si conosca il significato preciso. Non ringraziatemi.