Scena ottenuta con l’ausilio dell’AI da una foto autentica, e che potrebbe essere perfettamente reale (la scena, che la foto lo è già) © Dario Angelo 2026

(Riassunto delle puntate precedenti: l’autore, nel suo farsi delle domande e provare a darsi delle risposte, forse è giunto al dunque; ma sarà proprio vero? Nel frattempo, l’angelo della vendetta si prepara al decollo).

La preoccupazione di lasciare qualcosa di me ai posteri sembrerebbe dunque essere la mia spinta principale, pur se le altre, tutte le altre, vengono giusto un pelo dietro. Lasciare il mio segno nel mondo, insomma, un segno scritto, nero su bianco. In ossequio al mito della scrittura eternatrice tanto caro a Ugo Foscolo, anche se lui non parlava di scrittura tout court ma, più precisamente, di poesia.

Del resto, solo l’altro giorno scrivevo all’amico don Andrés queste parole, che spero mi perdonerà se riporto in un post pubblico dal momento che gliele avevo indirizzate in privato, ma in fondo sono parole mie dunque vado:

“Io prima o poi ce la farò a pubblicare un libro, Amazon sta lì per quello, non inseguo fama né vile denaro (oddio un po’ di vile denaro non si rifiuta mai, intendiamoci), il materiale di base già c’è e lo conosci, devo svilupparlo e confezionarlo mejo e trovà er tempo e la costanza de fa tutto, però un giorno metterò sul tavolo qualcosa di mio che magari non guarderà nessuno ma non importa. Il mio solo desiderio è poter dire: io sono questo, ho fatto questo, la mia storia è qua, ciò che io sono o sarò stato è qua. Prendete e godetene tutti, o fate mpo ciò che vi pare com’è sacrosanto che sia, io so contento così.”

Fine, dunque?

Manco pe gnente.

Perché è tutto vero e tutto giusto, la mia ambizione è quella, il mio desiderio di realizzazione è quello lì, non ce ne sono altri. Oddio, non ce ne sono altri, certo che ce ne sono, ma non dipendono solo da me. Questo, invece, dipende solo da me. É il mio sogno nel cassetto, potremmo dire.

Giunto a questo punto, in viaggio da ore e ormai prossimo all’aeroporto di destinazione, the Evil Man starà forse pensando: e basta, cazzo, ma scrivi sto libro, pubblicalo, se vuoi te lo pubblico io, ma smettila de rompe li cojoni, giuda ballerino ma quanto dura ancora sta storia, aò.

Vedete, io penso continuamente a cose da dire o da scrivere. Da raccontare.
Io penso continuamente di dire o scrivere qualcosa a qualcuno, mentre cammino per la strada, o in un bosco, mentre passeggio in una stanza come zio Paperone (mumble mumble) perché muovermi mi aiuta a riflettere. É una mia forma mentale, raccontare qualcosa a qualcuno, in versione parlata o scritta (e nel corso degli anni ho imparato a scrivere come parlo, e a parlare dicendo esattamente ciò che penso e sento – o quanto meno ciò che sono convinto di pensare e di sentire – sempre) per ragionare su un tema, su una questione sulla quale mi arrovello, e arrivare a un punto. Dal momento che non mi basterebbe mai il tempo per scrivere tutto ciò che mi viene in mente, per fortuna del qualcuno di turno, spesso, il tutto si risolve in un esercizio di introspezione, a cui non fa seguito alcuna reale comunicazione. Altre volte invece mi fa piacere condividere le mie storie con una o più persone che so apprezzare i miei contenuti e le mie riflessioni, come in questo caso.

Nei post pubblicati anni fa che vi ho condiviso qui sopra ragionavo sul fatto che non mi considero uno scrittore, e ci mancherebbe pure, ma un semplice narratore. “Un cantastorie” invece è n’artra cazzata che scrissi tempo addietro: un cantastorie le canta le storie, io non canto, scrivo. Cioè, me piace pure de cantà (ci arriveremo), ma ci siamo capiti.
Un narratore, dunque. Fuochino.

Un interprete.
Fin da bambino immaginavo storie da interpretare, e me le raccontavo da solo. Agguati tesi a fuorilegge della frontiera americana dall’alto di una postazione ben protetta dalle rocce, armato della mie fedele Colt .45 SAA e di un buon Winchester. Il senso di Tex Willer, e in fondo anche di Giuliano Gemma nei panni di Ringo, cioè di tutti i western di cui mi nutrivo sia su carta che in TV, scorreva forte in me. Sfinenti combattimenti all’arma bianca come nei film di pirati e di cappa e spada, magari a bordo di un elegante vascello settecentesco a tre alberi, tre ponti sovrapposti e altrettante file di cannoni su ambo i lati del magnifico scafo. Sono cresciuto in un gruppo di case isolate circa a metà strada fra Bra e una frazione, qui una volta era tutta campagna e in gran parte, dintorno, lo è ancora. Intorno a me i bambini della mia età erano pochissimi, dunque mi capitava spesso e volentieri di giocare da solo. E inventarmi storie e scene. Da interpretare e, nell’interpretarle, da raccontarmi. Quando avevo circa 6-7 anni venne ad abitare in una casa attigua alla mia una bambina di poco più grande, che divenne la mia compagna di giochi preferita. E a cosa giocavamo, soprattutto? A fare gli attori. A rivisitare le storie dei cartoni animati che guardavamo all’epoca, reinterpretandole, inventando nuove trame fingendo di essere nei panni dei personaggi che amavamo guardare. Io facevo tutti i ruoli maschili, lei quelli femminili. Io ero Actarus e Alcor (che poi sarebbe Koji Kabuto ma chi poteva immaginare, all’epoca, tutto quel che già c’era dietro quel cartone animato allora nuovissimo e rivoluzionario, chi poteva sapere che prima di alabarde spaziali e lame rotanti i più o meno coetanei giapponesi avevano già visto comparire pugni atomici e spade diaboliche); io Actarus e Alcor dicevo, lei Venusia e Maria. Di conseguenza, io mi trasformavo in Duke Fleed, che a quel tempo, però, per semplicità e in fondo, diciamolo, pigrizia di doppiaggio, veniva presentato e chiamavamo tutti Goldrake come il suo robot, cosa che se non altro contribuì a non creare troppa confusione nel fatto che il secondo dio della mia infanzia divenne e sarà sempre, al tempo stesso, sia un uomo in carne e ossa che un meraviglioso iconico bestione quadricornuto di metallo alieno alto trenta metri, entrambi venuti da una galassia lontana lontana; come poi – ancora non lo sapevo ma – proprio in quegli anni stavano arrivando anche Jedi e Sith, Millenium Falcon, X-Wing e compagnia bella. Non ricordo chi dei due fra me e lei facesse Hydargos, che in fondo appariva un po’ sfigato, ma io di sicuro ero anche il supremo Gandal, mentre lei interpretava il suo alter ego femminile, la donna che vive nella sua testa e che appare quando la faccia gli si apre in due. Se non avete idea di cosa io stia cianciando e pensate che mi stia dando di volta il cervello è perché o siete molto giovani, beati voi, e non conoscete le storie e i personaggi di Go Nagai degli anni ’70 e ’80, dunque non sapete che vi siete persi ma potete sempre rimediare; oppure che non le guardavate o non vi piacevano, cosa senz’altro possibile ma che mi lascerebbe piuttosto basito (F4). E ancora: io ero Hiroshi Shiba e dunque c’erano momento in cui battevo i pugni nocche contro nocche e gridavo “Jeeg robot d’acciaio!“, metre lei era sia Miwa che la regina Himica, con la sua risatina demoniaca. E se il riferimento a Jeeg robot d’acciaio per caso vi fa venire in mente la faccia perennemente coo sguardo a mezz’asta di Claudio Santamaria e la recitazione raffinata che la Loren lévate proprio di Ilenia Pastorelli, ebbene, io dicovi no. Certo cose so sacre pe un bambino cresciuto per mano a Hiroshi e invecchiato accanto a Ikari Shinji, mi consola pensare a quel gran bel pezzo di attore di san Luca Marinelli che, in sto film tanto blasfemo e (a parer mio) in fonno niente de che, riesce a portare in alto i cuori e fuori la voce facendosi pure ntuffo ar Tevere e ngiretto ao ssadio durante un derby. (Che poi pe carità, pure Santamaria è un discreto pezzo di attore, nella serie Christian l’ho davvero apprezzato, ma nel film di cui sopra m’è parso soltanto bolso, e niente più). Potrei andare avanti così per mesi, dunque vi risparmio tutte le altre serie che si affollavano in TV a quei tempi, fine anni Settanta metà anni Ottanta, sia sui canali della TV pubblica che su quelli, sempre più numerosi, delle TV private locali e regionali che nacquero proprio in quegli anni e si diffusero anche grazie a una vasta offerta di anime importati dal Giappone. Ovviamente, che ve lo dico a fare, non c’erano solo serie mecha ma anche cose più romantiche o buffe. Va da sè, che lei, la mia amica intendo, era Candy Candy e io Terrence. Non avere un grido di battaglia e non potermi trasformare in un qualche modo fighissimo mi deludeva un po’, ma in fondo la serie piaceva anche a me. Io guardavo tutto. Dalle 3 del pomeriggio, giusto il tempo di finire i compiti, alle 8 di sera. Che anni formidabili. Dopodiché, d’estate, quando non c’era scuola, stavo in cortile tutto il giorno a girare con la bici e cantare a squarciagola le sigle di testa e di coda di quei capolavori immortali di serie, anche se a riguardarle oggi i disegni e le animazioni appaiono qua e là un po’ approssimativi. Ma è soprattutto una questione affettiva. Se vedo partire la sigla di testa di Ufo Robot Goldrake mi viene ancora la pelle d’oca come quando avevo 7 anni e la guardavo per le prime volte. La conoscete? L’attacco è fatto di due accordi consecutivi di orchestra (dapprima G7 – Sol Settima di Dominante -, poi ripetuto due ottave sopra), credo soprattutto fiati. Paaaaa, paaaaa, Ufo Robot! Ufo Robot! Ufo robot! Ufo robot! Si trasforma in un razzo missile e via così. Avevo tutti i 45″ di quelle sigle, li ascoltavo fino a consumarli. Li ho ancora. L’unico CD che abbia in auto (la mia auto è un po’ datata, va ancora a CD) e che tenga sempre infilato nel lettore è una raccolta di sigle di anime e qualche serie TV degli ultimi 45 anni. C’è anche roba più recente, come Full Metal Panic e soprattutto, che ve lo dico a fare, Neon Genesis Evangelion; ma il cuore della raccolta sono le serie storiche, i grandi classici. In versione italiana, con le sigle inventate da quei satanassi di Luigi Albertelli e Vince Tempera e i loro emuli, oppure con quelle giapponesi rivisitate e tradotte, come per Jeeg Robot d’Acciaio. Di cui esiste una versione italiana alternativa mai utilizzata con melodia e arrangiamenti leggermente diversi mentre il testo invece è lo stesso. La bellissima sigla del Daitarn3, con i suoi giri di basso e i rulli di batteria che (se non ricordo male ciò che raccontavano i due satanassi suddetti) contiene campionature de Lo Schiaccianoci di Tchaikovsky. Allora era tutto nuovo, si poteva sperimentare, dal mio punto di vista certi brani sono grande musica. Allo stadio, sull’aria di Daitarn3, cantiamo il nostro coro che fa “ovunque andrai saremo, sempre ti sosterremo, onoreremo la cittààààà, forza Roma alè!”. Magnifico.
Ci sono anche le versioni originali giapponesi, ovviamente in giapponese. Degli anime più recenti esistono solo le versioni giapponesi. Mi piace molto ascoltare la lingua giapponese cantata. Non ci capisco nulla ma ne apprezzo la musicalità. Nelle serie storiche ce n’era una che aveva solo le sigle di testa e di coda in giapponese, non erano state realizzate le versioni italiane, forse non c’era budget, chi lo sa. Si tratta di Zambot 3. E poiché lo guardavo negli anni in cui mi facevo il mio Zecchino d’Oro personale in cortile per la gioia mia e dei vicini, cantavo anche le sigle di Zambot 3, in giapponese. O per meglio dire cantavo i suoni che riuscivo a cogliere, un minestrone di vocalizzi, non avevo la più pallida idea di cosa stessi dicendo, ma sticazzi, io cantavo lo stesso. In tempi più moderni, va da sé, avevo imparato la sigla di testa di Evangelion perché è una gran figata e in una delle ultime puntate viene mostrata in versione karaoke. Da allora ho dimenticato quasi tutto, tranne zankoku na tenshi no tēze che è sia il titolo del brano che l’attacco del refrain. Intuisco la domanda che vi sta forse sorgendo spontanea: lo faccio ancora? Canto ancora quelle sigle? Ma certo che sì. Mentre guido, ovviamente. Io uso poco l’auto perché lavoro prevalentemente da casa, mi sposto giusto per fare la spesa e poco altro entro un raggio abbastanza breve e tragitti di pochi minuti. Le cittadine qui intorno in cui vado a volte per acquisti particolari o altri motivi sono tutte nel raggio di 10/15 km. Ma anche se solo per pochi minuti di viaggio e dunque un brano o due, faccio partire il CD e ci canto su. Conosco la maggior parte dei testi a memoria da quando ho 7-11 anni, costituiscono il tappeto sonoro della mia infanzia; ci mancherebbe pure che non cantassi.

Già ma, direte forse voi, che c’entra tutto questo con il raccontare, con lo scrivere?

Come cosa c’entra? V’ho appena raccontato una storia. Nella storia. Un po’ come i commenti dentro i commenti1.

Perché io questo sono, in ultimissima e definitiva analisi. La mia natura più profonda e primordiale é di nutrirmi di storie per poi poterle raccontare, riadattare, interpretare, e per raccontare le mie, vere o inventate che siano, interpretandole io stesso.

Rocco: – Ma te, de preciso, chi cazzo sei?
Io: – Piacere, Dario Angelo. Sono una voce narrante.

(segue)


1 I commenti dentro i commenti, come già ricordato qui, sono un tormentone nel contesto del gruppo Facebook noto come Sala Fumatori in cui, per citare me stesso, “co la maggior parte degli amici di Roma ci siamo trovati, riconosciuti, apprezzati, incontrati di persona, mo stamo già anche da n’altra parte, ma è sempre bello ricordare le origini, come tanti piccoli Wolverine.”