(Riassunto della puntata precedente: Bill prende spunto da un film memorabile per interrogarsi su cosa sia per lui Roma.)
Se i miei amici di Roma mi domandassero:
– E che cos’è Roma, Da’? (che il mio nome ha solo cinque lettere – quello vero, intendo, non quello che mi hai dato tu, che è più una cosa fra noi due – ma per i romani è già troppo lungo.)
Casa, risponderei di slancio, con naturalezza. Per me Roma è casa.
Immagine dal film Il Gladiatore (2000) di Ridley Scott
Caro Dave,
fra le molte, moltissime scene memorabili de Il gladiatore, ce n’è una a cui sono affezionato in modo particolare.
Marco Aurelio (Richard Harris) e il generale Massimo Decimo Meridio (Russell Crowe) stanno conversando nella tenda dell’imperatore romano, dopo la vittoria contro i barbari germanici all’inizio del film. Il generale afferma che i suoi uomini hanno combattuto e sono morti per il proprio sovrano, Marco Aurelio appunto. E per Roma. Subito, l’anziano imperatore lo incalza, domandandogli:
(Riassunto della puntata precedente: Bill racconta di un derby passato alla storia, e per il risultato e per la coreografia della curva romanista.)
Tempo fa mi è venuta la curiosità di scoprire se la frase, su quel fortunato striscione, in quello storico derby, avesse un’origine autorevole. E ho scoperto che ce l’ha. E’ una citazione dal ritornello del Carmen saeculare di Orazio, che in latino recita così
Caro Dave, come sono certo ricorderai (anche se magari non la data precisa, ecco), il 21 novembre 1999 si giocò un derby Roma-Lazio che ancora oggi, per tutti noialtri tifosi della Roma, è un gran bel ricordo.
Sia perché la Maggica si impose con un 4-1 che non ammetteva replica, ma soprattutto per il fatto che il punteggio a nostro favore maturò nell’arco dei soli primi 30 minuti, con una sequenza perfetta di centri a firme alternate di SuperMarco e Vincenzino. A quel punto l’arbitro avrebbe anche potuto fischiare la fine, per evitare ai malcapitati cugini la sofferenza di un’altra ora di gara. Peccato per loro che il regolamento non preveda questa eventualità.
I see you di Serena de Gier, ritratto dell’attrice Zhang Ziyi, acrilico su tela 2019
Questo è un blog, cominciamo.
Come dicono quelli bravi, il post che state leggendo è un punto di inizio ideale per i nuovi lettori. E, aggiungerei, pure per quelli vecchi, che nel frattempo si saranno ormai rifatti una vita.
Giusto un paio di annotazioni per chiarire il concetto di “punto di inizio ideale”. Si riparte da zero, come se non ci fossimo mai visti né sentiti prima. Non che “prima” esistesse una qualche sorta di continuità narrativa; ebbene, d’ora in poi esisterà.
Jacques-Louis David, Bonaparte valica il Gran San Bernardo (particolare), terza versione del 1802 conservata presso il museo della reggia di Versailles, olio su tela 270 x 232 cm.
Oggi è il 5 maggio 2021. Ovvero, il bicentenario della dipartita di Napoleone Bonaparte, spentosi in esilio sulla remota isola di Sant’Elena sperduta nell’Atlantico centro-meridionale.
Il cinque maggio è anche il titolo di una famosa ode di Alessandro Manzoni, che intere generazioni di scolari incluso il sottoscritto hanno mandato a memoria fin dalle elementari, chissà se oggi si usa ancora (sia studiare quest’opera che mandare a memoria delle poesie):
Siamo circondati da legioni di miracolati. Questo era già assodato, e da lungo tempo. Gente la cui sorte, nelle epoche in cui la selezione naturale svolgeva ancora, anche nei confronti del genere umano, il proprio ruolo severo ma giusto di livellamento delle forme di vita meno adatte a prosperare, riprodursi e progredire, avrebbe avuto il proprio destino segnato in maniera ineluttabile. Un destino breve e misericordioso1.
Mi (anzi, ci) è gradita l’occasione per mostrare all’universo mondo del web la prima immagine frontale in assoluto della coppia più chiacchierata degli ultimi anni. (Eh sì, ho tagliato i capelli, un mattino c’era aria di rinnovamento e cambiare i mobili di casa costava di più 😀 ).
Sempre per l’occasione, introduco qui un logo nuevo nuevo che levati, appena creato da me medesimo apposta per noi due (lo so, quella dei loghi è una mia fissazione, ma che ce volemo fa’). Com’è facile intuire è costruito sulle iniziali dei nostri nomi. Come mi chiamo io lo sapete. Lei invece si chiama Geydi, si pronuncia con la G iniziale aspirata come la J di Josephina (mi raccomando, che ci tiene) e attraverso varie vicende che non stiamo qui a raccontare è alfin giunta a me da quel particolare e affascinante luogo del mondo che è La Habana Nueva de Cuba, olè.
E ora che ci siamo presentati, vi rinnoviamo i nostri più sentiti auguri: per la festività in sé e perché sia l’ultima per parecchio tempo che ci imponga di uscire per strada mascherati e distanziati.